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Das HumanKapital - Artigiani del Benessere Organizzativo

Fine del lavoro? Futuro del lavoro… riflessioni a margine de Il lavoro perduto e ritrovato! (Mimesis Edizioni)

Alla fine degli anni Novanta in molti decretavano la morte del lavoro, oggi forse possiamo semplicemente affermare che esso si è e si sta trasformando, e che  il punto centrale è chiedersi: in cosa? Il prof. Gaetano Veneto insieme con il prof. Tommaso Germano e  l’avv. Antonio Belsito anni addietro hanno realizzato un Centro Studi Diritti dei Lavori a Bari, e in questa “scuola” si precisa subito che forse il lavoro che abbiamo visto e sentito nel Novecento, almeno in Europa, è in parte scomparso, sostituito dalle evoluzioni della tecnologia, stessa tecnologia che ci da la possibilità di pensare non più ad un “lavoro” al singolare ma ad un lavoro al plurale, “lavori” appunto. Certo questo fa nascere molte, tante altre riflessioni, dove però il lavoro e/o i lavori (come lo si voglia declinare) deve rimane centrale in tutti noi. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, recita il primo articolo nel primo comma della nostra Carta Costituzionale, e questa centralità, che i nostri padri costituenti hanno voluto, non può e non deve esser mai messa in discussione! Il lavoro perduto e ritrovato, edito da Mimesis curata dal filosofo italiano il prof. Gianni Vattimo insieme a Giuseppe Iannantuonoe me medesimo ( J ) ha cercato di interpretare il mondo del lavoro raccogliendo scritti provenienti dai vari “mondi” che vivono il lavoro, dalla sociologia alla psicologia, dal management al diritto del lavoro, questo perché come scrive il prof. Vattimo, nella sua introduzione: “Vogliamo riflettere sulle tematiche relative al lavoro, privilegiando però non solo le questioni di diritti sindacali o in genere delle politiche salariali (temi che di certo non trascureremo), ma piuttosto il tema della qualità umana del lavoro; a partire dall’idea che la vera ricchezza di un’azienda sia il suo capitale umano, che merita di essere valorizzato sia attraverso lo sviluppo delle capacità e competenze di ciascuno, sia promuovendo un miglioramento complessivo della qualità della vita di tutti coloro che sono coinvolti nella vita dell’azienda.” (pag.7). E’ chiaro quindi che il lavoro non è finito, certamente si è e si sta trasformando, non è un caso che ne Il lavoro perduto e ritrovato c’è una lunga riflessione sul management della complessità (qui ci si  riferisce agli scritti del prof. Dioguardi, dott. Cravera, ing. Debenedetti e del prof. Rebora).  Il libro vuole quindi, attraverso una riflessione interdisciplinare, tentar di capire dov’è e dove sta andando il lavoro, e questo già dal titolo che va certamente inserito in una specifica tradizione filosofica. Qui sia consentito far notare ciò che scrive il giovane filosofo Diego Fusaro, che svela il significato del titolo e cioè di ripartire dagli insegnamenti della “tradizione dialettica che mette capo ai nomi di Hegel e Marx, il lavoro è il luogo del rischio assoluto, dove l’uomo può trovarsi (formandosi), perdersi (alienandosi) e ritrovarsi (superando l’alienazione).” (pag. 123). Il lavoro perduto e ritrovato è un dibattito, una riflessione di chi da anni studia le trasformazioni del lavoro. E quindi pieno di appassionate riflessioni su ciò che attanaglia il sistema, il precariato. Il prof. Veneto a tal proposito scrive: “Il termine “precario” ha avuto nei secoli passati anche in diritto un significato che ha sempre fotografato situazioni di incertezza, inizialmente riferibili non ai rapporti di lavoro ma al diritto di proprietà. La parola “precario” trae origine dal latino, quello classico e quello dell’alto Medioevo e del primo basso Medioevo. Precarium, nel diritto romano classico e dopo, per secoli, è stato un sostantivo non riferibile agli uomini ma ai beni. In diritto romano precario significava infatti la concessione di un bene gratuitamente attribuito o pagato simbolicamente, con l’impegno di restituzione in qualsiasi momento a colui che lo concedeva. Successivamente, nel basso Medioevo, il termine si è trasformato da sostantivo in aggettivo, che è sinonimo di qualcosa “ottenuta con preghiere”; così si è conservato solo il valore precedente che è quello della temporaneità, della provvisorietà. Ancora, con l’evoluzione dei tempi, si è cominciato ad attribuire questo aggettivo ad un rapporto di lavoro senza garanzie di continuità o stabilità con un corrispettivo monetario sostanzialmente octroyé. Infine, più di recente, con la creazione di contratti tipizzati di lavoro, il termine precario è stato collegato per lo più a contratti con un termine, senza le garanzie che negli ultimi anni sono state offerte dall’ordinamento anche a questi tipi di contratto che  dopo la Rivoluzione Francese erano stati intesi come forme di libertà ed eguaglianza, anche se formale più che sostanziale. Con lo sviluppo del lavoro di massa tipico della società capitalistica, il lavoro precario ha assunto il significato di contratto di lavoro incerto, senza garanzie, non di rado al di fuori completamente di ogni regola normativa, sia essa contrattuale o legislativa, di una minima stabilità.”(pag.86/87) Scorrendo il libro lo stesso concetto è ripreso da Diego Fusaro che scrive “il “precariato” non è soltanto una “forma lavorativa”, peraltro la più meschina dell’intera storia dell’umanità, in quanto si regge sul duplice nesso di un asservimento che non si vede e di un esproprio forzato della progettabilità dell’avvenire: esso è, piuttosto, la cifra complessiva del nostro tempo storico, in cui vulnerabilità, precarietà e insicurezza regnano ovunque incontrastate. La nuova configurazione sociale ed economica del mercato globalizzato è infatti contraddistinta dalla flessibilità nell’erogazione della forza-lavoro e dalla precarietà delle forme dell’esistenza, a cui l’industria culturale del Postmoderno conferisce la seducente aura della molteplicità degli stili di vita e dell’abbandono dei tradizionalismi più triviali. La precarietà, del resto, costituisce un efficacissimo strumento disciplinare di controllo totale sul tempo di lavoro. Privando i lavoratori del controllo del loro tempo, essa non richiede loro di lavorare sempre, ma di essere costantemente disponibili a lavorare, sempre pronti a rispondere alla chiamata del capo. Questa tirannia del tempo di lavoro si accompagna a quel fenomeno, studiato da alcuni sociologi tedeschi, di Entgrenzung der Arbeit, la “perdita di confini del lavoro”, ossia al dilagare del lavoro nella società (spazialmente) e nella vita (temporalmente), rimuovendo ogni confine tra ordini diversi della temporalità (libera, lavorativa, ecc.).” (pag.122/123 ) Il tempo, il tempo che viene approfondito dal sociologo torinese Alessandro Casiccia, che scrive “La dimensione cronologica del lavoro contemporaneo, infatti, per un verso appare dilatarsi, per un altro comprimersi. Appare dilatarsi in quanto risultano meno nettamente definiti i limiti del tempo di lavoro. Comprimersi perché i ritmi produttivi tendono all’intensificazione e all’accelerazione. Un mutamento di non minore portata investe lo spazio, che da un lato sembra estendersi, da un altro contrarsi. Mentre si disperdono i contorni del luogo di lavoro, nel contempo si percepiscono in misura sempre minore i confini e le lontananze. Entrambi i fenomeni sono effetto di sempre nuove tecnologie della comunicazione; ma anche di una nuova percezione delle distanze geografiche, di uno stemperarsi dei confini delle nazioni quale risultato delle migrazioni che portano esseri umani di paesi fra loro lontani a diretto contatto.” (pag. 43).A questo punto è giusto chiedersi quali sono le caratteristiche del sistema impresa, Il prof. Gianfranco Dioguardi, nel suo scritto aiuta nella risposta a tal quesito “Il nuovo spirito d’impresa deve allora essere in grado di illuminare un ambiente interno di lavoro socialmente motivante, ispirato anche a valori intesi come risorse imprenditoriali attraverso i quali agevolare la convivenza fra persone che devono lavorare insieme, in interazione con le macchine tecnologicamente evolute. Quindi, l’atmosfera deve diventare quella contraddistinta da una costante evoluzione della conoscenza, tanto da far lievitare una nuova cultura d’impresa e con essa anche una nuova etica imprenditoriale, trasformando il nucleo aziendale in un vero e proprio nuovo “laboratorio” di sperimentazione sociale e conoscitiva.” (pag.133) Il tutto rafforzato dal concetto che magistralmente la prof.ssa Amelia Manuti porta all’attenzione del lettore “l’organizzazione può e deve diventare una leva strategica per lo sviluppo individuale a patto che sia disposta a valorizzare il proprio capitale umano non soltanto in termini di acquisizione di competenze ed abilità tecniche, ma anche e soprattutto consentendo lo sviluppo e l’espressione del capitale psicologico di cui ciascun lavoratore è portatore.” (pag. 211) Fa eco a tutto ciò lo scritto del dott. Luca Valerii, direttore del personale di Microsoft, che sostiene che “Il dibattito sulle politiche di employee engagement, sulla capacità cioè delle aziende di creare un contesto lavorativo in cui i dipendenti si sentano parte dei progetti aziendali e siano perciò disposti a dare il meglio di sé per il loro raggiungimento, è quanto mai acceso. Uno degli effetti della globalizzazione è infatti quello di aver posto enfasi sul valore del capitale umano come elemento differenziante e vincente, in un contesto di imprese sempre più standardizzate dal punto di vista della disponibilità degli altri capitali (materie prime, tecnologie, know-how). L’azienda che vince è, infatti, sempre più quella che riesce a mettere a valore le risorse umane a disposizione, a sprigionare i talenti delle persone, a creare quel contesto di trasparenza e collaborazione per cui ognuno ha desiderio di andare oltre i contenuti della propria “job description” per fornire un contributo di idee, passione e creatività che può solo essere discrezionale.” (pag.232) Infine tornano in mente le parole di Diego Fusaro che scrive “Dietro l’apparente naturalezza in cui si nasconde ogni ideologia – e, in modo parossistico, quella della “fine delle ideologie” che si è imposta dopo l’inglorioso crollo dei comunismi novecenteschi – la retorica del “capitale umano” rende evidente il compimento del processo di assolutizzazione del mondo a struttura capitalistica nella forma di un vero e proprio monoteismo idolatrico del mercato. Tale assolutizzazione totalitaria del sistema di produzione e di esistenza culmina infatti in quella dittatura dell’economia che, nella forma di un totalitarismo morbido, flessibile e permissivo (in cui la libertà dell’individuo è coestensiva rispetto al suo “potere d’acquisto”), frammenta l’intero genere umano in un pulviscolo di atomi di consumo, sradicati da ogni identità che non sia l’accesso al consumo stesso. Il capitalismo “reale”, nominalmente costruito all’insegna della libertà dell’individuo, non ha smesso di generare forme di assoggettamento individuale e collettivo. Per un verso, la “libertà formale” di cui si gloria il sistema globalizzato convive con la “schiavitù salariata” di individui che, in una condizione di privazione totale e di oscena riduzione dell’umano a “merce”, sono costretti ad alienare la propria “forza-lavoro” e a vendersi quotidianamente. La libertà formale di cui godono i lavoratori salariati e i “precari” nasconde un asservimento economico dissimulato dalla fictio juris del contratto di lavoro: essi accettano “liberamente” ciò che la loro condizione sociale ed economica li costringe ad accettare.” (pag. 111/112)

Vattimo, de Palma e Iannantuono con Il lavoro perduto e ritrovato hanno cercato di interpretare il lavoro: Un Fatto!